10 grandi storie di Stan Lee, secondo noi
Comics, Science Fiction & Fun
domenica 9 febbraio 2020
“Rapsodia in blu” di Andrea Serio, una rarefatta narrazione impressionista Di
“Rapsodia in blu” di Andrea Serio, una rarefatta narrazione impressionista

Non è stata un’idea mia, ma di Igort: circa quattro anni fa, mi propose di realizzare un adattamento a fumetti del romanzo biografico Ci sarebbe bastato, uscito nel 2011 per Epika Edizioni. Me ne procurai una copia e lo lessi in un paio di giorni, rimanendo molto colpito dalla meticolosità delle ricostruzioni, ma anche e soprattutto dall’amore e dal coraggio con cui Silvia ripercorre la dolorosa storia della sua famiglia. Mi sentii toccato dal suo profondo coinvolgimento.
Il libro, affrontato nella sua interezza, sarebbe risultato però troppo lungo e articolato per poter essere trasformato efficacemente in un fumetto di poco più di un centinaio di pagine, così decidemmo di concentrarci sulla storia di uno solo dei tre personaggi principali, Andrea Goldstein, le cui vicissitudini mi parvero le più adatte ad una traduzione per immagini.
Immigrazioni e questione razziale sono centrali in questo racconto, è questo periodo di incertezza culturale contemporanea che ti ha spinto a ridargli una nuova vita?
Più che incertezza, la definirei pochezza, disarmante pochezza. Una deriva culturale crescente, in buona parte figlia di un orientamento politico che da questa deriva sta traendo continui benefici e che ogni giorno alimenta in modo esponenziale episodi di intolleranza, razzismo, pregiudizio e insopportabile stupidità.
Al di là dell’attuale momento storico, ritengo sia necessario che alcuni argomenti vengano continuamente trattati, studiati, ripercorsi, perché il rischio che la Storia venga manipolata o dimenticata è sempre più alto. Per questo credo che chi, a vari livelli, si occupa di comunicazione debba farsi carico di una sempre maggiore responsabilità e che, in questo senso, il lavoro svolto dal fumetto in Italia negli ultimi anni sia stato encomiabile.
Non è la prima volta che ti cimenti in un adattamento, come mai questa tua predilezione, preferisci concentrarti sul disegno, come suggeriscono le tue illustrazioni così elaborate e suggestive?
L’ultima volta si trattò di reinterpretare un grande classico come L’Odissea; in quel caso dei testi si occupò egregiamente Bepi Vigna (Nausicaa. L’altra odissea), mentre in Rapsodia adattamento e sceneggiatura sono miei. Non credo si tratti tanto di una predilezione, anche se ho sempre trovato molto stimolante lavorare su testi scritti da altri, quanto di un limite che sento di avere: non sono un narratore e non so se lo sarò mai; sento ancora la necessità di appoggiarmi a una storia già esistente e poi muovere su di essa il mio sguardo, sviluppare la mia particolare interpretazione. Questo libro mi ha però dato modo di acquisire una maggiore dimestichezza con la scrittura e non escludo, un domani, di confrontarmi con un progetto da autore completo.

Faccio tutto a mano. Uso matite colorate, pastelli a olio e a cera. Studio questi materiali da molti anni e so di avere acquisito una certa padronanza, ma so anche di avere ancora molto da imparare: questa consapevolezza mi permette di non perdere curiosità e continuare nella ricerca.
Non seguo un iter preciso, un vero e proprio metodo; a volte inizio a colorare solo dopo aver costruito un disegno molto dettagliato, altre volte butto giù una struttura di base che si limita a poche linee, altre volte ancora improvviso direttamente con il colore e vedo dove mi porta (spesso, da nessuna parte).
Anche se ho cercato di dare alla storia la maggiore uniformità visiva possibile, in Rapsodia ho alternato approcci alla tavola molto liberi ad altri più controllati, in base a quello che di volta in volta mi trasmetteva la scena e all’estro del momento. Alla fine, sfogliando il libro, ho l’impressione di aver attinto un po’ a tutto il mio repertorio.
Cosa ti ha ispirato nella interpretazione di questo racconto, oltre l’opera originale?
Le influenze sono state molte. La lavorazione è stata molto lenta, in corso d’opera ho avuto modo di cambiare idea più volte praticamente su tutto, dalla colorazione allo stile, alle dimensioni delle vignette e del testo. I due graphic novel L’Essai di Nicolas Debon e La traversata del Louvre di David Prudhomme mi sono stati di grande ispirazione, così come tutto il lavoro di Jorge Gonzaléz.
Il riferimento maggiore è stato indubbiamente il cinema Neorealista; film come Roma città aperta o come Ladri di biciclette (che cito in un paio di pagine, insieme a Il delitto Matteotti di Vancini), ma anche i più recenti La sottile linea rossa e The tree of life di Terrence Malik.
La sequenza ambientata per le strade di Trieste, con gli edifici in stile razionalista, proviene sicuramente dal cinema di Nanni Moretti, mentre la New York che appare nel libro, che ho provato a rendere credibile pur non essendo mai del tutto realistica, è invece il risultato di un incontro tra la pittura impressionista e i racconti di Raymond Carver.
La messa in scena ha un grande respiro, la tua regia si nutre di profondi silenzi, l’attenzione al disegno ti mette alla prova molto come regista?
Se con grande respiro intendi l’uso frequente di vignette a pagina intera o a doppia pagina e un utilizzo minimo dei testi, questo è dipeso, oltre che da una scelta registica, dalla mia impostazione da illustratore, per cui tendo a prendermi molto spazio sul foglio, a pretendere spesso che l’immagine comunichi da sola, senza didascalia, tutto quello che c’è da comunicare.
Ci sono diverse scene mute all’interno del libro: il profondo silenzio oceanico, ma anche la silenziosa quiete di un parco pubblico, o l’assenza di suono di una pista innevata. Inserisco all’interno del racconto molte pause di riflessione. Da disegnatore, ma soprattutto da lettore, mi piacciono le scene povere di indizi, la cui interpretazione viene appena suggerita e grande spazio è concesso alla sensibilità di chi legge: trovo sempre molto interessante l’idea che si possa innescare questo meccanismo con un’immagine.
Mostri una moltitudine di sfumature di blu. Certo, il mare è un elemento centrale, il blu sta nel titolo, in modo programmatico. Che significa per te concettualmente e come hai lavorato tecnicamente con gli strumenti a tua disposizione?
Tutto l’impianto cromatico è costruito sul blu ftalo e sul blu oltremare. Ho scelto da subito questi due colori di base e intorno ad essi ho alternato, di volta in volta, le altre tonalità. Il colore blu ha avuto un ruolo fondamentale, certamente, a livello tecnico e simbolico, ma anche progettuale. Le variazioni sul tema e quindi le sfumature mi servono a restituire una particolare atmosfera, una sensazione, la luce di una precisa ora del giorno.
Inizialmente, avevo anche pensato di costruire la storia sulla struttura dell’omonima composizione di George Gershwin, dividendo cioè il racconto in otto movimenti e attribuendo ad ogni movimento una diversa tonalità di blu. Ne ho studiato la fattibilità con l’aiuto degli amici musicisti John De Leo e Franco Ranieri e per un certo periodo ho provato a portare avanti questo insano proposito. Ho abbandonato l’idea, a malincuore, solo dopo aver capito che si trattava più che altro di un gioco fine a se stesso, un voler strafare, mentre il mio principale obiettivo avrebbe dovuto essere quello di restare semplice, asciutto, di raccontare la storia senza inutili sovrastrutture. Provare a creare commistioni tra i linguaggi e tra i generi, però, mi interessa sempre; spero si ripresenti presto una nuova occasione per qualche folle esperimento.

In realtà, tecnicamente, la base in sottofondo non è blu, ma giallo ocra. Questa tinta mi aiuta a legare tra loro i colori che vado a sovrapporre successivamente e a creare quella luminosità calda naturale che lascio trasparire più o meno, a seconda dell’atmosfera che voglio ottenere. E la gamma cromatica non è poi così ampia come potrebbe sembrare: oscilla tra il turchese e il blu di Prussia, quindi è limitata ai toni freddi.
Il rosso è quasi del tutto assente, se escludiamo un paio di brevi sequenze newyorkesi. Non uso quasi mai i verdi puri, ma li costruisco incrociando gialli e azzurri. Il bianco non c’è mai, anche perché ho utilizzato una carta color avorio, e il nero è stato rimpiazzato dal blu indaco. I grigi caldi e freddi, invece, me li gioco moltissimo.
Nella tua composizione delle vignette e delle immagini le figure si fondono profondamente con gli sfondi, di essi quasi si nutrono vicendevolmente. Cosa viene prima nel tuo segno, lo sfondo o le figure?
Nella composizione, gli elementi che considero sono altri: luce e ombra, primo piano e profondità, pieno e vuoto. Nessuno mi ha mai insegnato a considerare sfondo e figura separatamente; da ragazzino avrei voluto diventare un pittore e mi sono sempre riferito principalmente alla pittura, soprattutto impressionista, per cui ho assimilato un certo modo di vedere le immagini, in cui tutto si fonde e tutto è colore, pur continuando a ricercare la profondità.
Un tempo, non amavo la prospettiva perché la consideravo macchinosa, troppo legata all’uso di squadre e righello. Quella che metto nei disegni è una prospettiva tracciata a mano libera, palesemente intuitiva, ma funzionale all’immagine; studiando il lavoro di Hopper e di Mattotti, ho capito l’importanza delle diagonali. Le diagonali “bucano” il foglio e ti portano a guardare lontano.
Il Joker, dai fumetti agli altri media
Il Joker, dai fumetti agli altri media

È anche affascinato molto delle figure letali dei racconti di Edgar Allan Poe, tanto eleganti, quanto inquietanti, così efferate, quanto dotate di un perverso senso dell’humor. Mancava un’immagine che potesse racchiudere il tutto e Jerry sapeva che era in quel mazzo di carte. Era la carta del Joker.
Così Jerry Robinson, storico disegnatore della prima ora di Bob Kane e Bill Finger, i padri di Batman, racconta, nel suo artbook-autobiografia Jerry and the Joker (Dark Horse, 2017), la genesi di quello che è probabilmente uno dei migliori antagonisti di sempre.
Robinson aggiunge altri aneddoti fondamentali alla creazione del mito, soprattutto il contributo di Finger il quale, vedendo poco dopo in una rivista la foto dell’attore Conrad Veidt, truccato per impersonare il tragico clown nel film The Man Who Laughs (L’uomo che ride, 1928: è visibile su YouTube), pensò fosse il viso perfetto da abbinare al personaggio che Jerry aveva raccontato tramite quella carta da gioco.
Permangono le controversie rispetto a chi abbia dato il primo impulso, compreso l’aneddoto sul figlioletto di Finger intimorito da un’attrazione di Coney Island: ma anche questa versione viene inglobata nel punto di vista di Robinson, attualmente tra le più riconosciute nei testi dedicati al personaggio (molto bello quello di Daniel Wallace) e, in generale, alle origini dell’Uomo Pipistrello.
Il Joker esordisce così nell’aprile 1940, nelle pagine di Batman n. 1, la nuova testata da affiancare a Detective Comics (nel quale il Cavaliere Oscuro aveva fatto la prima apparizione poco tempo prima con enorme successo). Si presenta come una figura allungata ed elegantemente vestita, in completo viola con panciotto e guanti, un sorriso fisso inquietante su una maschera di cerone bianco e capelli verdi. Quasi un perverso punto di incontro tra un dandy e un clown, supportato da una mente criminale acuta, con la quale ordisce trame machiavelliche.

L’esempio della striscia dedicata a Dick Tracy, con la sua galleria di villains, è spesso accostabile all’universo di Batman, i cui nemici passano da essere “normali” criminali a veri e propri freaks, le cui particolarità fisiche, anche estreme e spesso quasi mostruose, ne caratterizzavano la personalità e le bizzarrie. Allo stesso modo il Joker, nelle apparizioni successive, si attesta sempre più come un “Arlecchino malvagio”, le cui imprese non hanno l’esclusivo fine del guadagno, quanto più di una sfida eterna all’eroe attraverso un percorso opposto al suo: dove Batman era una forza di ordine, giustizia e razionalità, il Joker travolgeva tutto, portando caos, pazzia e insensatezza.
Anche dal punto di vista grafico, con l’avvicendarsi di un altro storico disegnatore dello studio Kane ovvero Dick Sprang, la caratterizzazione già dalle successive apparizioni assume sempre più i contorni di un clown cattivo, piuttosto che l’oscura ed algida figura d’esordio. Esemplari alcune copertine passate alla storia, che vedono la minaccia del Joker diventare di volta in volta un enorme totem, una serie di teste giganti jack-in-the-box che volteggiano intorno agli eroi e altre rappresentazioni allegoriche della sua personalità.
Ulteriormente nelle storie all’interno, proprio grazie all’arrivo di Sprang, Gotham City diventa uno scenario fantastico, fatto di marchingegni assurdi, trappole giganti e giocattoli mortali, una sorta di strambo Luna Park, nel quale la nemesi di Batman si sente perfettamente a suo agio. La tematica del parco dei divertimenti rimarrà sempre ancorata alla figura del Joker, sia nelle storie più ingenue ed edulcorate degli anni Cinquanta, sia in quelle più odierne e oscure, dove diventa una parte essenziale della sua leggenda, integrando anche numerosi elementi da film horror.

Le atmosfere folli ben si sposeranno alle tematiche camp che fecero furore pochi anni dopo, nella coloratissima trasposizione pop della serie tv Batman (1966-68). Nel telefilm il Joker, interpretato da un grandioso Cesar Romero (celebre anche per i baffi malcelati sotto il trucco), si trasforma in una specie di rockstar criminale. La popolazione di Gotham, composta a turno da ricche ereditiere annoiate, nuove starlette, giovani hippie e così via è spesso estasiata dalle imprese del loro beniamino dai capelli verdi, vedendo in lui un artista concettuale, le cui provocazioni sono dettate solo da un indomito spirito libero, votato all’Arte.
Il boom clamoroso della serie ha un riverbero anche nelle pagine a fumetti e bisogna attendere l’arrivo di due autori come Dennis O’Neil & Neal Adams, per vedere l’artista del crimine lasciare le vesti del Buffone non minaccioso e assumere i contorni che ancora oggi lo caratterizzano: un personaggio più reale e spaventoso, che diventa una sommatoria di tutto ciò che lo ha preceduto nel trentennio precedente.
Il Joker è ora un elegante gangster, un clown che cerca il divertimento, perverso in ogni sua azione, una mente criminale elevata, che crea le consuete trappole folli, ma che questa volta hanno un esito mortale, un po’ come prima del Comics Code. Per molti, quella che appare da The Joker’s five way revengere (Batman n. 251, 1973), in una cover e una title page memorabili, è ancora la sua resa definitiva, un modello che contiene ogni incarnazione precedente, rivisitata con i canoni del fumetto contemporaneo.

Ancora di più nella versione futuribile che incontriamo nel monumentale Il ritorno del Cavaliere Oscuro (1986), probabilmente la più importante storia di Batman, pubblicata in 4 volumetti deluxe. Il Joker del futuro è un elegante killer-rockstar in completo bianco, una sorta di David Bowie deviato che sembra compiere il suo destino finale con un ultimo scherzo nei confronti del Cavaliere Oscuro. Si intuisce anche che in precedenza ha ucciso Robin, in una sequenza passata alla storia.
Scontato che, qualche anno più tardi, nella serie regolare, questa uccisione dovrà essere raccontata. Il povero (secondo) Robin perde la vita, con annesse torture, nel discusso ciclo Una morte in famiglia (Batman nn. 426-429, 1988), sia perché la decisione avviene tramite un sondaggio telefonico tra i lettori, sia perché, soprattutto, la storia di Jim Starlin & Jim Aparo è proprio mal riuscita, compreso l’improbabile team up tra il Joker e l’ayatollah Khomeini.
Di tutt’altro piglio è invece The Killing Joke (1988), storia-capolavoro di Alan Moore & Brian Bolland, che incrocia mirabilmente un racconto sulle origini con quella che dovrebbe essere la resa dei conti finale tra l’eroe e la sua nemesi. Ma è anche molto di più, con passaggi divenuti epocali: come quando invade la casa di Barbara Gordon/Batgirl, quando un Joker in camicia hawaiana fa irruzione nella sua abitazione, sparandole e sottoponendo il suo corpo al ludibrio delle foto (che prima della censura, suggerivano addirittura anche elementi legati al sesso), per cercare di dare una dimostrazione al mondo di come la follia possa colpire chiunque.

Infatti, nel film-evento di Tim Burton del 1989, è il Joker che si prende la scena, sia nel budget degli attori, sia nella messa in scena, con un Jack Nicholson strabordante, che sa ben rappresentare gli elementi archetipici del personaggio. Interessante come la rilettura cinematografica voglia legare l’origine del personaggio a quella della sua controparte eroica, identificandolo con lo stesso gangster che aveva ucciso i coniugi Wayne sotto gli occhi del figlio, dando inizio alla leggenda di Batman.
È proprio una leggenda quella che diventano Batman e Joker dopo il film, con l’inizio della Batmania, un successo clamoroso che investirà ogni media e ci darà innumerevoli versioni sia del Cavaliere Oscuro che della sua nemesi buffonesca, moltiplicandone le interpretazioni (celebri le storie alternative, gli elseworlds), anche le più disparate, ma ancor di più fissandone le caratteristiche immutabili di base. Il rapporto tra i due diviene sempre più simbiotico, un’enorme partita a scacchi per decretare quale parte vincerà, o meglio ancora per capire se la follia possa impossessarsi anche di Batman.
Questo cambio di prospettiva deriva dalla tendenza diffusa di produrre storie sempre più intessute di fattori psicologici (e psicopatologici) e di ricerca delle radici motivazionali di entrambi i contendenti, con Batman che si ritrova spesso vicino al baratro della pazzia, con il suo nemico a fargli da specchio. Come avviene in Arkham Asylum (1989), volume di prestigio scritto da Grant Morrison e dipinto da Dave McKean, un’opera di Batman senza precedenti per forma, temi e concetti.

O forse no. Perché Morrison stesso, nella storia The Clown at Midnight” (Batman n. 663, 2007) ipotizza che, nel corso degli anni, Joker si reinventi, organizzi la sua mente con una nuova personalità, “uccidendo” la precedente incarnazione e assumendone una più confacente a rispondere alla follia del mondo, dove lui è l’unico sano. Questo concetto di “supersanità”, oltre a ribaltare il punto di vista della pazzia, fornisce una spiegazione che comprende tutte le diverse interpretazioni passate, una geniale strategia narrativa ormai marchio di fabbrica dell’autore scozzese.
Tra i protagonisti di questo insolito racconto (scritto interamente in prosa, con le illustrazioni di John Van Fleet) c’è una splendida Harley Quinn, la compagna innamorata del Joker (e sua ex-psichiatra), personaggio inventato da Paul Dini & Bruce Timm nella celebre serie animata Batman (1992-95) e subito inclusa nella continuity delle serie a fumetti.
Harley Quinn in poco tempo si affranca dall’essere un personaggio di supporto, divenendo oggi una protagonista assoluta, sia in coppia col suo amato sia in modo autonomo. Perfetti in questo senso sono Mad Love (The Batman Adventures, 1994), one-shot a fumetti parallelo alla serie animata, considerato tra le storie migliori di sempre sul Joker, e i 4 capitoli del videogioco della serie Arkham (2009-15), concepiti sempre da Dini, partendo dalla trama di quel celebre volume. In entrambe le situazioni, i personaggi riescono a dar luce l’uno all’altro, dando modo di esplorare nuovi scenari e nuovi confini della personalità di tutti e due.

Non si può dire lo stesso di Heath Ledger, il Joker nel secondo capitolo della trilogia di Christopher Nolan (Il Cavaliere Oscuro, 2008) uno dei più amati da critica e pubblico, nonostante (o forse anche per) l’aura di maledizione dovuta alla morte del protagonista alla fine delle riprese. Antagonista principe e burattinaio diabolico di ogni vicenda, tanto da essere sempre due passi avanti a Batman, questo uomo nero vestito da clown diventa presto uno dei cattivi per antonomasia del cinema.
I collegamenti con le serie a fumetti sono più di ogni altra versione filmica, come la scena nel commissariato, tratta dalla storia Do You Under Stand These Rights? (Batman Confidential n. 22, 2009), oppure il look del protagonista con il sorriso di cicatrici ideato da Lee Bermejo in Joker (2008), anche se pare abbiano avuto due nascite spontanee e autonome.
Nonostante tutto, permane la sensazione che manchi l’elemento della risata, il comico che vuole cambiare un mondo troppo serio, oppure solo sopravvivergli. Che è uno dei temi di fondo del recente Joker (2019) di Todd Phillips, con un Joaquin Phoenix in stato di grazia nell’assumerne le vesti. Per quanto l’opera, a detta del regista, non pretenda di avere stretti legami con i comics, che ne sono solo l’ispirazione (ma non è del tutto vero), questa nuova versione ha già conquistato tutti, disegnando una nuova versione nell’immaginario.
Anche perché, nel frattempo, nella continuity delle storie a fumetti, sembra che Batman abbia avuto l’incredibile rivelazione che esista più di un Joker: sarà vero… o l’ennesimo scherzo del principe pagliaccio del crimine?
Dino Buzzati e la vera storia degli orsi in Sicilia
Dino Buzzati e la vera storia degli orsi in Sicilia

Ricordo come fosse oggi l’incipit del romanzo: «Nel tempo dei tempi, gli orsi scesero dalle montagne e invasero la Maremma». …no, c’è qualcosa che non va. Forse mi confondo, perché questo non è l’inizio della versione che ho sul libro di scuola. Dove potrei averla letta? Ho controllato e, in effetti, nella prima edizione della Famosa invasione degli orsi in Sicilia i simpatici plantigradi non invadevano la Trinacria bensì la pianura toscana. Il controllo non è stato semplicissimo, perché ho dovuto trovare una copia del primo numero del Corriere dei Piccoli dell’anno XXXVII, datato 7 gennaio 1945.
In quei tempi di guerra la foliazione del più antico giornale a fumetti italiano si era ridotta, prima da 16 a 12 e poi a 8 pagine soltanto. La redazione di via Solferino era costretta a lesinare sulla carta, ma per fortuna non sui collaboratori, tanto che in quegli anni bui trovavamo fumetti e illustrazioni di Angoletta, Molino, Bisi, Dell’Acqua, Gustavino, Rubino, oltre ovviamente alle puntate del racconto di Buzzati.
Queste uscivano in ultima pagina, sormontate dal titolo La famosa invasione degli orsi, senza indicazioni geografiche. In mezzo troneggiava un’ampia illustrazione, disegnata dall’autore stesso; sono le medesime immagini che conosciamo perché ripubblicate anche nelle versioni in volume. In questo caso però erano immense, un rettangolo di 25 centimetri di lato, molto più godibili che in qualsiasi altra edizione. Al di sotto, il testo impaginato su quattro colonne, con disegnini di orsetti e altri personaggi a movimentare il tutto.

Nelle intenzioni di Buzzati, la storia sarebbe dovuta terminare così, tanto che lo scrittore chiuse la vicenda in questo modo:
«E così
cominciò, in un’atmosfera di meravigliosa allegria, il regno degli orsi,
del quale purtroppo si è venuti a conoscere poco o niente. Invano
abbiamo interrogato in proposito vecchi cantafavole e professori di
storia, abbiamo frugato per anni le più venerande biblioteche: non una
parola, non la minima notizia. Noi però continuiamo a cercare: chissà
che un giorno o l’altro non si venga a sapere anche questa antica
storia.»

Non sappiamo se la pausa tra i due racconti fosse dovuta a una scelta artistica, al fatto che Buzzati non avesse pronto il seguito o a una richiesta di portare avanti la vicenda da parte della redazione a seguito dell’apprezzamento del pubblico. Sappiamo però una cosa, ovvero che sul “Corrierino” questa seconda parte non avrebbe avuto una chiusura.
Il dopoguerra
Il 25 aprile 1945, a Milano entrarono le truppe alleate. Nei giorni successivi morì Benito Mussolini, la Repubblica di Salò si arrese, l’Italia fu liberata dal nazifascismo, la guerra era finita. Con la Liberazione, il comando alleato impose alle testate giornalistiche un segno di discontinuità. Il Corriere della Sera divenne quindi Corriere dell’Informazione e il Corriere dei Piccoli, suo inserto per bambini, cambiò nome in Giornale dei Piccoli dopo un mese esatto di assenza dalle edicole.
Nel numero del 29 aprile si poteva leggere il quarto episodio di Vecchi orsi, addio; in quello del 27 maggio non c’era traccia del romanzo di Buzzati. Il motivo fu appunto la discontinuità chiesta dalle nuove autorità. Il CdP dovette rinunciare a tutti i suoi personaggi storici, a partire dal Signor Bonaventura, a favore di nuove creazioni. Leonzio e i suoi fecero la stessa fine.

Il testo definitivo era leggermente diverso da quello del Corriere dei Piccoli. Buzzati aveva limato i passaggi tra gli episodi per rendere la lettura più omogenea, ad esempio cancellando la chiusura della prima storia che ho riportato sopra. Ovviamente corresse i riferimenti geografici per adattarlo alla nuova location e aggiunse un buon numero di illustrazioni: un paio di quelle grandi a colori e tutte quelle in bianco e nero che aprono i capitoli.
Purtroppo il formato non aiutava i disegni, che si ritrovarono rimpiccioliti su pagine alte 29 centrimetri, molto più grandi, in realtà, delle edizioni tascabili che abbiamo in casa ma circa la metà dei fogli del giornale. Anche i disegnini sparpagliati in origine nel testo furono in parte riutilizzati, ma molti non trovarono spazio nel volume.

venerdì 5 aprile 2019
mercoledì 15 febbraio 2017
La serie di Flash degli anni 90!
Ciao a tutti,
In questo articolo vorrei fare le mie considerazioni sulla serie di Flash andata in onda negli anni 90 con pratagonista un eccellente John Wesley Shipp (l'attuale Jay Garrick di Terra 3 della serie attuale dedicata al Velocista Scarlatto).
Innanzitutto ricordiamo in cosa consisteva quella serie: Flash (The Flash) è una serie televisiva prodotta dalla CBS, la quale era per l'appunto ispirata dall'omonimo (e da me idolatrato) fumetto della DC Comics. Purtroppo, però, andò in onda soltanto una stagione composta da 22 episodi, i quali vennero trasmessi dal 1990 al 1991, poichè negli Stati Uniti non ebbe lo stesso successo che ottenne da noi, dove il primo episodio fu seguito da oltre 4 milioni di spettatori. In Italia la serie venne trasmessa in prima visione su Italia 1 nella primavera del 1992: tutti i sabati in prima serata dal 14 marzo al 30 maggio.
Il Protagonista della serie fu, come nel fumetto, il secondo Flash Barry Allen (interpretato da John Wesley Shipp), il quale ricercatore della polizia scientifica di Central City.
Dopo essere stato colpito da un fulmine ed alcune sostanze chimiche, Barry diventa in grado di muoversi ad una Super-velocità. In seguito all'assassinio di suo fratello Jay da parte di Nicholas Pike (Michael Nader), gangster ed ex poliziotto, decide di sfruttare a fin di bene i suoi nuovi poteri: così assume l'identità supereroica di Flash, per vendicare il fratello e per amore della giustizia.
A conoscere il segreto di Barry sono Christina McGee (Amanda Pays), ricercatrice degli S.T.A.R. Labs (abbreviazione di Science and Technology Advanced Research Laboratories), l'investigatrice Megan Lockhart (Joyce Hyser) e il dottor Desmond Powell, più noto come "Ombra della Notte" (Jason Bernard). Da contrappunto comico alla serie fanno Julio Mendez (Alex Désert), collega di Barry Allen, e i due poliziotti Murphy (Biff Manard) e Bellows (Vito D'Ambrosio).
L'avversario più pericoloso di Flash, alter ego di Barry, è il pazzoide Trickster ( il superbo Mark Hamill, già Luke Skywalker nella saga di Guerre stellari), che appare in due episodi, Il trasformista e Il lavaggio del cervello. Tra gli avversari sono da ricordare Nicholas Pike e un clone di Flash, chiamato Polluce (che compare nell'episodio Il superuomo), con un costume simile a quello rosso del vero Flash ma differente nel colore blu e nello stemma stampato.
Il sottoscritto ha cercato di documentarsi molto prima di scrivere quest'articolo e di rivedere gli episodi della Serie, i quali sono contenuti in una raccolta composta da un unico cofanetto con dentro 4 DVD registrati a doppio strato dove sono presenti tutti i 22 episodi e queste sono le mie impressioni:
1)I punti di Forza della Serie: Il costume di Flash: fatto benissimo esprime alla perfezione l'eroismo e la grandezza del supereroe, inoltre ha una grande somiglianza con quello dei fumetti;
2) L'ottima recitazione del protagonista John Wesley Shipp e quella favolosa del magnifico Mark Hammill;
3) Il senso di nostalgia che mi dà ogniqualvolta la rivedo.
La serie, nondimeno, ha altresì i suoi punti deboli, in particolar modo ritengo che questi che lencherò qui sotto siano i più gravi:
1) Una sdolcinata, nonchè davvero costruita male, relazione tra la Dottoressa Christina McGee e Barry Allen, la quale mi ha davvero nauseato quando ho rivisto la serie;
2) La banalità e la mancanza di personalità di molti personaggi (in particolar modo di Mirror Master e Di Polluce, il Clone imperfetto di Barry).
3) La trama della storia, la quale si discosta enormemente dal fumetto originale, poichè non c'è La Forza Della Velocità, che venne creata ispirandosi alla Forza di Star Wars ed inoltre molti personaggi hanno delle origini del tutto dissimili a quelle del fumetto.
Io ero entusiasta da bambino di questa serie, tuttavia quando ho approfondito le mie conoscenze sulla Mitologia Fumettistica di Flash mi sono reso conto di tutti i suoi limiti.
Fatemi sapere cosa ne pensate.
In caso voleste approfondire eccovi alcuni link:
http://theflash.wikia.com/wiki/The_Flash_(1990_TV_Series)
http://www.thegeektwins.com/2015/10/amazing-things-you-didnt-know-about-90s.html
In questo articolo vorrei fare le mie considerazioni sulla serie di Flash andata in onda negli anni 90 con pratagonista un eccellente John Wesley Shipp (l'attuale Jay Garrick di Terra 3 della serie attuale dedicata al Velocista Scarlatto).
Innanzitutto ricordiamo in cosa consisteva quella serie: Flash (The Flash) è una serie televisiva prodotta dalla CBS, la quale era per l'appunto ispirata dall'omonimo (e da me idolatrato) fumetto della DC Comics. Purtroppo, però, andò in onda soltanto una stagione composta da 22 episodi, i quali vennero trasmessi dal 1990 al 1991, poichè negli Stati Uniti non ebbe lo stesso successo che ottenne da noi, dove il primo episodio fu seguito da oltre 4 milioni di spettatori. In Italia la serie venne trasmessa in prima visione su Italia 1 nella primavera del 1992: tutti i sabati in prima serata dal 14 marzo al 30 maggio.
Il Protagonista della serie fu, come nel fumetto, il secondo Flash Barry Allen (interpretato da John Wesley Shipp), il quale ricercatore della polizia scientifica di Central City.
Dopo essere stato colpito da un fulmine ed alcune sostanze chimiche, Barry diventa in grado di muoversi ad una Super-velocità. In seguito all'assassinio di suo fratello Jay da parte di Nicholas Pike (Michael Nader), gangster ed ex poliziotto, decide di sfruttare a fin di bene i suoi nuovi poteri: così assume l'identità supereroica di Flash, per vendicare il fratello e per amore della giustizia.
A conoscere il segreto di Barry sono Christina McGee (Amanda Pays), ricercatrice degli S.T.A.R. Labs (abbreviazione di Science and Technology Advanced Research Laboratories), l'investigatrice Megan Lockhart (Joyce Hyser) e il dottor Desmond Powell, più noto come "Ombra della Notte" (Jason Bernard). Da contrappunto comico alla serie fanno Julio Mendez (Alex Désert), collega di Barry Allen, e i due poliziotti Murphy (Biff Manard) e Bellows (Vito D'Ambrosio).
L'avversario più pericoloso di Flash, alter ego di Barry, è il pazzoide Trickster ( il superbo Mark Hamill, già Luke Skywalker nella saga di Guerre stellari), che appare in due episodi, Il trasformista e Il lavaggio del cervello. Tra gli avversari sono da ricordare Nicholas Pike e un clone di Flash, chiamato Polluce (che compare nell'episodio Il superuomo), con un costume simile a quello rosso del vero Flash ma differente nel colore blu e nello stemma stampato.
Il sottoscritto ha cercato di documentarsi molto prima di scrivere quest'articolo e di rivedere gli episodi della Serie, i quali sono contenuti in una raccolta composta da un unico cofanetto con dentro 4 DVD registrati a doppio strato dove sono presenti tutti i 22 episodi e queste sono le mie impressioni:
1)I punti di Forza della Serie: Il costume di Flash: fatto benissimo esprime alla perfezione l'eroismo e la grandezza del supereroe, inoltre ha una grande somiglianza con quello dei fumetti;
2) L'ottima recitazione del protagonista John Wesley Shipp e quella favolosa del magnifico Mark Hammill;
3) Il senso di nostalgia che mi dà ogniqualvolta la rivedo.
La serie, nondimeno, ha altresì i suoi punti deboli, in particolar modo ritengo che questi che lencherò qui sotto siano i più gravi:
1) Una sdolcinata, nonchè davvero costruita male, relazione tra la Dottoressa Christina McGee e Barry Allen, la quale mi ha davvero nauseato quando ho rivisto la serie;
2) La banalità e la mancanza di personalità di molti personaggi (in particolar modo di Mirror Master e Di Polluce, il Clone imperfetto di Barry).
3) La trama della storia, la quale si discosta enormemente dal fumetto originale, poichè non c'è La Forza Della Velocità, che venne creata ispirandosi alla Forza di Star Wars ed inoltre molti personaggi hanno delle origini del tutto dissimili a quelle del fumetto.
Io ero entusiasta da bambino di questa serie, tuttavia quando ho approfondito le mie conoscenze sulla Mitologia Fumettistica di Flash mi sono reso conto di tutti i suoi limiti.
Fatemi sapere cosa ne pensate.
In caso voleste approfondire eccovi alcuni link:
http://theflash.wikia.com/wiki/The_Flash_(1990_TV_Series)
http://www.thegeektwins.com/2015/10/amazing-things-you-didnt-know-about-90s.html
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